Nulla dies sine linea – BLOG

Una penna d'oca poggia su un foglio di carta antica accanto a un calamaio in ottone e a un sigillo in ceralacca.

Scrivere: il mio vaso di Pandora – 30.04.2026

Ho cominciato a scrivere poesie a sedici anni. L’ho fatto per bisogno, non per passione. Sentivo necessità di una catarsi dai mille sentimenti di cui ero in balìa. Cercavo un porto sicuro da quelle emozioni che, a sedici anni e con un temperamento come il mio, erano a dir poco travolgenti. Così una sera, d’estate, su un’isola greca sperduta nel cuore del Mediterraneo, ho cominciato a scrivere guardando il firmamento. Mi sono sentita minuscola eppure enorme. Inutile, eppure necessaria. Presa da me stessa, eppure consapevole della mia inutilità.

Mi sono guardata dentro e, novella Pandora, ho scoperchiato il Vaso, facendo uscire dallo scrigno tutti quei doni. Da quel giorno, non mi sono più fermata: annotavo tutto a mano, su un piccolo quaderno insostituibile, e scrivevo ma, soprattutto, riscrivevo. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo. Infinite volte. E, ogni volta, la stessa emozione cambiava faccia, dando un volto diverso alla mia anima.

Ecco, per me scrivere significa far uscire dallo scrigno tutti i doni: che siano forieri di gioia o di dolore, non bisogna fermarsi. Scrivere è come aprire un portale. Non sai dove ti porterà, ma sai già che, dopo, non sarai più lo stesso. E il brivido che provi nel varcare quella soglia, ogni volta, vale il rischio che ti stai assumendo.

Da quelle poesie giovanili è nato il mio primo libro. Ho spedito il mio manoscritto a un piccolo editore, Clirim Muca della Albalibri editore, che non smetterò mai di ringraziare per essere stato il primo a credere nel mio talento, e lui mi ha voluta incontrare. Non ha pubblicato le mie poesie così com’erano, non vi racconto bugie. Mi ha chiesto di riscriverle e rinunciare a quelle parti in cui i concetti si ripetevano o erano superflui. Dopo settimane di lavoro è nata la mia prima pubblicazione, “Saffiche 2008”, con la prefazione del mio amico Edilio Rusconi, che ha fatto una fotografia della mia anima.

Trovi il mio libro qui: https://www.unilibro.it/libro/loiacono-francesca-silvia/saffiche-2008/9788889618578?srsltid=AfmBOorBKWi7hWXSL8FjfiL_bx6W6zDxlNkOCAQJSmh_MmZ5iFxGiiuz

L’editor ha sempre ragione (Stephen King) – 02.05.2026

Non lo dico io, lo scrive Stephen King (il re del brivido), nel suo bellissimo “On writing”, che vi consiglio di leggere. “Una regola generale non menzionata esplicitamente in nessun’altra parte del libro: “L’editor ha sempre ragione”. Se ne ricava il corollario che nessuno scrittore è tenuto ad accettarne per intero i consigli, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. In altri termini, scrivere è umano, editare è divino. Chuck Verrill si è occupato di questo testo e in precedenza di parecchi miei romanzi. Come al solito, Chuck, sei stato divino”.

Ecco, io parto come scrittrice, lo sapete. Scrittrice di poesie d’amore, in pratica una mini-Catullo, o un’aspirante Saffo (fate voi, io non mi offendo:)). Poi mi evolvo, passo ai racconti brevi, pubblicando due sillogi di racconti (“L’amore sopra i grattacieli”, ed. Albalibri e “Nuvole a colazione”, ed. Mursia, scritto a quattro mani con il mio amico Edilio Rusconi). Infine, entusiasta dei miei piccoli successi editoriali, decido di fare il salto e mi dedico alla narrativa lunga, pubblicando quattro romanzi, di cui uno viene notato da Giunti che me lo pubblica nella collana urban fantasy per Young Adults (“La discesa dei Luminosi – la profezia dei Maya”, 2012). Tutto questo per dire che io la figura dell’editor non l’amavo particolarmente. Ne avevo avuto un breve assaggio durante il master in “International Screenwriting and Production” alla Cattolica di Milano dove, nell’ambito della prova di scrittura di fine corso la casa di produzione televisiva Cattleya mi mette alle calcagna una story editor (nel mondo audio-visivo li chiamano “story-editor” forse per distinguerli dagli editor di narrativa ) che prende la matita rossa e mi corregge, scena per scena, la sceneggiatura per mini-serie in due puntate sugli ultimi Zar di Russia, che sto scrivendo e che alla fine vendo alla Casa di produzione dopo mesi di lavoro. Poi conosco una nuova editor in occasione del lavoro sul romanzo urban fantasy per Giunti, Ippolita Douglas Scotti, una professionista in gamba e simpaticissima che mette a soqquadro il romanzo, facendocelo in parte riscrivere e che trasforma la nostra storia sulla profezia dei Maya in un romanzo vero, adatto al largo pubblico. Ecco, a dire il vero adesso la ringrazio ma, all’inizio, non è che mi abbia fatto proprio piacere avere questa specie di coach che mi obbliga a sistemare ogni capitolo del romanzo come dice lei.

Che dire? Vent’anni dopo, l’editor sono io. Mi cimento ancora di scrittura, è vero, ma adesso che sono anche editor, capisco quanto quelle persone, tendenzialmente controverse si portino un fardello sulle spalle. Questi professionisti con la matita rossa in mano, che tendono a non esservi simpatici (inutile negarlo) si prendono la briga di mettersi a confronto con chi alle volte si sente infallibile e cercano di far loro digerire i molti aspetti che, nell’ impeto creativo, spesso sottovalutano. Ecco, benedetti siano gli editor. Lo dice Stephen King, non io: l’editor è Dio. Non nel senso che sappia tutto, nel senso che il suo ruolo, per definizione, è quello di mettersi al sopra della narrazione e cercare di guidarla verso la strada migliore per arrivare al cuore del lettore. Perciò, ve lo chiedo – ma soprattutto ve lo consiglio – affidatevi al/alla vostro/a editor e credete in lui/lei. Perché si parla di fiducia, in fondo. E dalla fiducia reciproca, si sa, nascono le cose migliori.

L’idea che non si dimentica: come costruire il cuore del tuo romanzo – 07/05/2026

Perché alcune storie restano per decenni nella testa dei lettori e altre svaniscono dopo cento pagine?

C’è un momento preciso in cui sai che un’idea vale davvero. Non è quando finisci di scriverla. Non è quando la mandi all’editore. È quando la racconti a qualcuno (a cena, al bar, in treno) e quella persona smette di guardare il telefono.
Quella pausa, quel cenno con la testa, quegli occhi che si alzano dal piatto: è lì che capisci se hai trovato qualcosa di interessante.
Ma come si costruisce un’idea del genere? E soprattutto: si può farlo deliberatamente, oppure è solo una questione di fortuna?

La maggior parte degli scrittori alle prime armi costruisce il proprio romanzo partendo da un personaggio che gli sta a cuore, da un’ambientazione affascinante, o da una scena che non riesce a togliersi dalla testa. Non c’è niente di sbagliato in questo. È anzi il modo più naturale di cominciare. Il problema arriva dopo, quando si tratta di rispondere alla domanda più scomoda che esista nel mestiere della scrittura: di cosa parla il tuo libro, in una frase? Se la risposta richiede più di trenta secondi, qualcosa non quadra. Non perché la storia sia brutta (magari è bellissima) ma perché manca ancora il suo centro di gravità. Quella singola idea attorno a cui tutto il resto ruota e prende senso.

Pensa all’idea centrale del tuo romanzo come a una promessa che fai al lettore prima ancora che apra la prima pagina. Una promessa di esperienza: cosa proverà chi ti leggerà, cosa si chiederà, cosa non riuscirà a smettere di immaginare. Le storie che funzionano davvero fanno una promessa precisa e la mantengono fino all’ultima riga. Considera questo: una donna scopre che suo marito è morto trent’anni fa (ma continua a vivere con lui senza saperlo). In una sola frase hai già suspense, orrore, malinconia, e una domanda che brucia. Il lettore vuole sapere come andrà a finire prima ancora di conoscere i nomi dei personaggi. Oppure: un bambino cresce convinto di poter vedere i fantasmi (e ha ragione). Sei parole che portano con sé un intero universo emotivo. Questo è il potere di un’idea ben costruita: arriva prima della storia e crea il desiderio di leggerla. Genera un bisogno che prima non c’era.

Quattro domande per testare la tua idea
Non esiste una formula esatta, ma esistono domande che aiutano a capire se sei sulla strada giusta.

  1. Puoi raccontarla in meno di trenta secondi?
    Non stiamo parlando di tutto il romanzo, solo dell’idea di partenza. Se dopo mezzo minuto stai ancora spiegando il contesto, probabilmente l’idea è ancora troppo generica. Affinala.

2. Crea una domanda inevitabile?
Le migliori idee narrative generano automaticamente un interrogativo che il lettore non può ignorare. Come sopravviverà? Chi è davvero? Fino a dove si spingerà? Se la tua idea non produce una domanda urgente, manca ancora qualcosa.

3. Qualcuno potrebbe riconoscersi nella storia?
Un’idea universale tocca qualcosa che appartiene all’esperienza umana condivisa: la paura dell’abbandono, il desiderio di rivalsa, il senso di colpa, la ricerca di identità. Non deve essere “per tutti” nel senso commerciale del termine, ma deve risuonare in qualcosa di profondamente vero.

4. Ha attrito? Le storie migliori nascono da una tensione irrisolvibile: due forze che si scontrano, un desiderio che si oppone a un ostacolo insuperabile, una scelta impossibile, un conflitto interno tra due desideri opposti e inconciliabili. Se la tua idea permette al protagonista di cavarsela troppo facilmente, complica la situazione… e guarda cosa accade.

Prima o poi ogni scrittore si trova davanti a una scelta silenziosa, quasi invisibile. Un bivio fatale.
Da un lato c’è la storia che vuole raccontare: personale, rischiosa, difficile da spiegare, forse non per tutti. Dall’altro c’è la storia che potrebbe essere letta da molti: accessibile, riconoscibile, costruita su meccanismi che funzionano.
Il punto non è scegliere uno dei due e abbandonare l’altro. Il punto è capire perché stai scrivendo e farlo con piena consapevolezza.
Scrivere per sé stessi è legittimo e spesso produce le opere più sincere. Scrivere per trovare lettori è altrettanto legittimo, e richiede una disciplina diversa: quella di pensare non solo a cosa vuoi dire, ma a come verrà ricevuto da qualcuno che non ti conosce. Né l’una né l’altra strada è quella giusta in assoluto.

Ma confonderle è la fonte di molte frustrazioni evitabili.

Quando l’idea arriva da sola (e quando no)
C’è un mito romantico dello scrittore che si sveglia di notte con l’idea del secolo già formata nella mente, pronta per essere trascritta.
Succede. Ma è raro, e non è replicabile su richiesta.
Quello che invece si può fare (sempre, con costanza) è creare le condizioni perché le idee emergano. Leggere molto e in modo trasversale. Osservare le persone. Annotare domande, non risposte. Lasciarsi disturbare dalle contraddizioni invece di risolverle in fretta. Le idee più forti nascono spesso dall’incrocio di due mondi lontani: e se applicassi la logica di quel genere a questa storia? E se questo personaggio finisse in quel contesto che non gli appartiene?
L’originalità, il più delle volte, non è inventare qualcosa dal nulla. È combinare l’esistente in un modo che non si era mai visto prima.

Prova con la tua storia
Prendi il romanzo che stai scrivendo (o quello che hai nel cassetto, o anche solo l’idea che ti gira in testa da mesi). Scrivila in una sola frase. Poi risponditi onestamente:

Crea una domanda?
Hai voglia di scoprire come va a finire, anche se la storia la conosci già?

Riesci a immaginare chi potrebbe leggerla?

Se le risposte sono sì, hai già qualcosa. Se no, non buttare via niente ( ma siediti ancora un momento con l’idea, prima di passare alla prima pagina).
Le storie migliori si costruiscono due volte: prima nella testa, poi sulla carta. La prima costruzione è la più importante.

E tu, hai un’idea che non riesci a toglierti dalla mente?

Per migliorare la qualità della foto centrale e ridurre l’effetto sgranato, ti consiglio di diminuirne le dimensioni in modo che venga visualizzata più nitidamente. Puoi farlo modificando le dimensioni dell’immagine nel codice HTML o CSS.

Ad esempio, se usi HTML:

<img src="foto-centrale.jpg" alt="Foto centrale" style="width: 300px; height: auto;">

Oppure in CSS:

.foto-centrale {
  width: 300px;
  height: auto;
}

Assicurati che l’immagine originale abbia una risoluzione adeguata per evitare la perdita di qualità quando viene ridotta. Riducendo le dimensioni dell’immagine, la foto apparirà più nitida e meno sgranata.